Non si combatte il crimine senza calzamaglia - MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer

Un rapido sguardo dei video che YouTube mi consiglia è sufficiente per capire che cosa faccia da sottofondo alla mia quotidianità: Trixie Mattel che cucina una torta col dolce forno di Barbie, le strategie migliori dell’ultimo gioco online per cui ho sviluppato dipendenza, spiegazioni sull’ingiustizia ermeneutica for dummie e, naturalmente, la classica playlist pronta per la doccia.

Tra le sue canzoni non mancano mai riferimenti a Drag Race e Lady gaga; sarà per questo che mi capita spesso di sentire “Babylon” nella versione con gli spezzoni di Pose, la cui ultima stagione sto attendendo con ansia, come ormai ben sa l’algoritmo.

Algoritmi e scoperte: “Legendary” e “Queerz!”

E proprio i consigli di YouTube mi portano a scoprire il programma di HBO Legendary, una competizione tra le house che si sfidano a colpi di fashion, vogue e face. Nel giro di un’oretta mi ritrovo a recuperare tutte le performance della prima stagione e arrivo alla sfida tra il duo Makaylah-Packrat della House 007 e la coppia Lolita Leopard-Honey della House Lanvin. Tralasciando lo slogamento di mandibola per lo stupore causato dalla bravura che dimostrano le protagoniste e i protagonisti della scena ballroom, sono estasiato dai loro costumi in tema supereroistico, come richiesto dalla puntata, data la mia passione per il fumetto.

Ormai, preso dalla fame chimica da spettacolo, apro Instagram per cercare i profili dei e delle performer. Neanche a farlo apposta trovo un post del fumettista Isa Happyfield che presenta una delle pagine dell’ultima sua fatica a fumetti, “Queerz!”, con i protagonisti mentre si cimentano nel voguing. Il samsara dell’animo nerd e dell’emozione scatenatami da Legendary si chiude perfettamente.

Queerz! Vogue

Qualcosa che manca tra gli ingredienti dell’eroismo

Quando pensiamo ai superpoteri, le prime figure che ci vengono in mente sono Superman, Batman e tutta la cricca degli Avengers su cui la Marvel ha realizzato il famoso cinematic universe ancora in corso, corredato da serie televisive e archi narrativi incrociati. E, purtroppo, tra i supereroi e le supereroine divenut* popolari, i personaggi e le personagge queer scarseggiano. Certo, si può parlare di Deadpool, ma la sua bisessualità non viene molto affrontata nei film. Tra poco invece uscirà il film di “Eternals” e, lì, non si potrà fare a meno di parlare della famiglia del supereroe Phastos con suo marito e suo figlio. 

Ci si potrebbe accontentare, ma nei fumetti le squadre eroiche sono sempre più queer perciò è giusto avere delle aspettative di maggiore rappresentazione LGBTQ+ nei film che si ispirano a essi, soprattutto quando esistono serie come “Pride” di Joe Glass o “Queerz!” di Isa Happyfield dove le crew supereroistiche sono composte solo da membri della comunità. Se ci sono quelle composte solo da persone cisgender ed eterosessuali, è legittimo creare squadre di persone non necessariamente cis o eterosessuali.

Eroismo queer

Proprio per una mancanza di questo aspetto nel mercato fumettistico mainstream, avvicinarsi a una serie come “Queerz!” è stato per me naturalissimo. A maggior ragione quando le pagine vengono diffuse sui social network dallo stesso autore gratuitamente, in una curiosa versione fruibile contemporaneamente in giapponese e in inglese.

Queer protagonist* della storia

La serie ha come protagonista Harvey, un adolescente che finisce nella gay street della città e scopre di avere l’abilità di vedere le persone queer attorno a lui, riconoscendole da un aureola arcobaleno. Per quanto i suoi amici parlino di quel quartiere come abitato da “anomalie”, non trova stranezze nelle persone che lo circondano. Presa consapevolezza che le “anomalie” non sono altro che persone comuni, sulla testa di Harvey si accende un’aureola monocolore. Spaventato dalla situazione e fermato da un ragazzo che vuole portarlo “sulla retta via”, ha la fortuna di essere salvato da Twinkie Camp, un ragazzo con il potere della gayness, che lo porta da Mama Jay Rainbow, madre della House of Rainbow.

Da quel momento Twinkie assolverà il ruolo di guida mostrando a Harvey la bellezza della comunità queer: lo porterà nel club dove si esibisce nel voguing assieme ai Queerz, un team di eroi ed eroine LGBTQ+ basato sugli stereotipi:

  • la drag queen Absolutely Fabulous,
  • il nerd bishonen Ck-Gogo,
  • l’orso Teddy Wolf,
  • la lesbica Carlo Butch e
  • il feticista Tommy Finland.

Harvey si sorprende di non essere solo in questo mondo in quanto queer e inizia ad accettarsi, entrando a tutti gli effetti nella squadra.

Gayness VS Ignorance

Come ogni fumetto supereroistico che si rispetti, esistono dei malvagi: i Sette Ignoranti sono la controparte dei Queerz, il loro potere, chiamato “ignoranza”, è contrario alla gayness ed è rappresentato da ansie, sospetti, paure e posizioni contro il progresso

Il germoglio dell’ignoranza: l’odio per il se diverso

Ogni membro del team rappresenta un baluardo da difendere ma contemporaneamente un motivo per odiarsi:

  • l’insegnante Elton vuole allontanare le persone queer in quanto potrebbero influenzare i bambini ma si è omologato alla struttura eterocispatriarcale perché soffre di omofobia interiorizzata,
  • il cacciatore Zachary vede il mondo in bianco e nero in quanto crede che le persone abbiano solo il ruolo di procreare ma così nega che i suoi genitori adottivi siano la sua famiglia, e
  • la curatrice museale Lucille crede che le impurità storiche debbano essere eliminate ma ha sviluppato la paura di non essere ricordata per le sue idee artistiche e si è sottratta dal proseguire con la sua passione.

Il team Queerz saprà tenere testa a queste ignoranti convinzioni e, grazie alla dialettica, addirittura riuscirà a liberare i propri nemici dalla prigione che non permette loro di provare amore per se stess*.

Vignette VS realtà

Quello che più salta all’occhio dalla lettura è l’acume con cui l’autore riesce a parlare di attualità attraverso le vignette. A partire dalla mostra della cultura queer tramite gli stereotipi e calando il punto di vista di chi legge in quello di Harvey, in parte mi sono sentito catapultat* in una realtà semisconosciuta, dall’altra ho trovato molti riferimenti culturali pop contemporanei. Il clubbing, le ballroom, il vogue, gli stereotipi che i/le personagg* stess* incarnano sono ben rappresentati, in modo sfaccettato e semplice.

Sconfiggere l’ignoranza

Le parole tuttavia hanno un’importanza cruciale: abbinate all’empatia, il team Queerz sconfigge le proprie nemesi proprio grazie all’uso di ragionamenti verbalizzati che distruggono le credenze dei Sette Ignoranti. Tra queste disquisizioni viene messo in discussione

  • il genere in quanto costrutto sociale,
  • l’abnegazione per non essere un problema per la società perché si scontra col diventare un problema per se stess* e con il mancato raggiungimento della propria felicità,
  • i ruoli sociali fissati dalla biologia dato che vanno contro l’adattabilità, caratteristica fondamentale per la sopravvivenza,
  • i legami di sangue come unici rapporti da rispettare quando un uomo e una donna, prima di diventare genitori, non hanno questo tipo di rapporto,
  • il momento della vita in cui fare coming out, non necessariamente in tenera età o durante la giovinezza,
  • l’evoluzione dei singoli poiché possibile solo su base dell’evoluzione dell’intelligenza collettiva,
  • l’assenza della comunità queer nella storia piuttosto dovuta all’invisibilizzazione applicata in maniera sistematica da parte del sistema eterocispatriarcale.

Insomma, i Sette Ignoranti sembrano composti dalla tribù di Pillon, con l’unica differenza che si ritrovano “costretti” ad ascoltare e ad accettare la diversità, anche in se stess*. Le argomentazioni dei Sette Ignoranti sono molto attuali e affini a quelle delle persone omolesbobitransfobiche.

Nella speranza che il DDL Zan arrivi alla sua totale approvazione, non mi dispiacerebbe proprio l’esistenza del team Queerz! E riprendendo dal meme con Niency Nash nella serie televisiva Reno 911 – se “non puoi combattere il crimine senza essere carin*” – allora non è meglio essere carin* in una calzamaglia glamour per combattere i crimini d’odio?
Io mi preparo per sfoggiarla al Pride e, chissà, magari imparerò anche qualche mossa di vogue nel mentre!

Francesco Osmetti

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